Introito
Un giorno dell'inverno 1996 mi trovavo a Calcutta,
eccitante capitale culturale dell'India, patria di intellettuali quali
il poeta Rabindranath Tagore o il regista Satyajit Raj, e allo stesso
tempo squallido buco nero che ha attirato milioni di profughi e rifugiati,
nei tragici periodi della partizione fra India e Pakistan nel 1947, e
della loro guerra nel 1971.
La mattina di quel giorno mi addentrai scalzo
nel recinto del tempio di Kali, passando attraverso la barriera di derelitti
e mendicanti che si assiepano di fronte all'entrata esibendo le proprie
infermità e porgendo le mani nella richiesta di elemosine. Nel cortile
del tempio, dove si vendono offerte di ogni genere da presentare alla
dea, fedeli facoltosi acquistavano agnellini neri, che dopo essere stati
lavati scrupolosamente con abluzioni accompagnate da formule sacre e cinti
da ghirlande di fiori rossi, venivano posti su un altare e decapitati
con un solo colpo di spada. Le loro teste rotolavano sul selciato, con
gli occhi sbarrati, e il sangue che sprizzava a fiotti veniva leccato
avidamente dai cani che si aggiravano numerosi nel cortile. Gli agnelli
venivano poi scuoiati e macellati immediatamente e le loro carni e interiora
costituivano le ricche offerte da presentare alla dea. All'interno del sancta sanctorum, in un pandemonio di canti e cantilene, spinto
e strattonato nel parossismo generale, potei intravederne, fra le ghirlande
di fiori bianchi e gialli che la sommergono, la tremenda immagine: una
faccia nera con tre occhi di fuoco, un'enorme lingua dorata e quattro
braccia che stringono un fiore, impugnano una spada, e reggono una testa
umana mozzata, evidente ricordo di sacrifi-ci passati ben più cruenti
di quelli a cui avevo appena assistito.
Adiacente al tempio di Kali si trovava la casa
dei moribondi di Madre Teresa, il Nirmal Hriday, che in bengali significa
Cuore Immacolato. In essa un centinaio di uomini e donne in fin di vita,
raccolti fra quelli abbandonati nelle strade, erano ormai ridotti a un
numero sulla lavagnetta che ne registra in maniera agghiacciante le giornaliere
"entrate" e "uscite". La casa non ha neppure un atrio, e non appena vi
misi piede mi trovai direttamente nella corsia degli uomini: lo sguardo
di uno di essi, conficcato nei miei occhi come una spina, ancora mi perseguita,
così come la condizione di quei corpi sofferenti e seminudi distesi
sul pavimento e privi anche di un letto, nonostante le offerte miliardarie
ricevute dalla Santa.
Piuttosto scosso dalle esperienze della mattina,
uscito dal Nirmai Hriday mi avviai verso l'acqua per avere un momento
di distensione, dimenticando che in India, lungo un fiume nelle cui vicinanze
si situano un estremo rifugio per moribondi e un tempio dedicato alla
dea Kali, non poteva trovarsi che un crematorio. Per un occidentale, abituato
a rimuovere l'idea della morte, osservare corpi bruciare è traumatizzante,
quand'anche l'esperienza sia attenuata, come a Benares, dal vederli avvolti
in stoffe colorate, ricoperti di fiori, e cosparsi di unguenti profumati.
Ma a Kaligat la morte sussiste allo stato puro: i cadaveri sono posti
nudi sulle pire da cui sporge il capo, il viso si gonfia e si ustiona
lentamente mentre le membra si carbonizzano, e quando il corpo è ormai
scomparso, la testa è spinta sul fuoco con un bastone, mentre parenti
e amici del defunto osservano distaccati il suo incenerirsi.
Adiacente a questo ambiente che trasuda morte,
con un agghiacciante contrappasso, si trova un quartiere di "vita", con
prostitute che si offrono schierate in sari variopinti di fronte alle
porte delle case, sputando sui potenziali clienti che le rifiutino, forse
troppo bruscamente.
La sera di quella giornata il sonno tardò a
lungo a venire, e in quelle ore di veglia nacque l'idea di questo libro.
Alcuni mesi prima avevo già affrontato l'argomento della religione in
una recensione per la "Rivista dei Libri" (luglio-agosto 1996, pp. 36-38).
Ma in quella notte indiana il tono sarcastico di quel saggio mi parve
inadeguato.
In particolare, mi apparve evidente che l'atteggiamento
tipico dello scienziato, di superiore liquidazione delle problematiche
religiose come di un residuo culturale mitologico e anacronistico, equivaleva
a una assunzione di corresponsabilità nella separazione delle due culture.
Da un lato, la società tecnologica e scientifica sta infatti conquistando
l'intero pianeta ma è apparentemente disinteressata a tutti i valori,
eccettuati quelli economici. Dall'altro lato, la società umanistica perde
sempre più contatto con la realtà storica ma continua ancora incontrastata
a determinare e condizionare la visione della vita dell'uomo comune, attraverso
i media che essa controlla.
Il proposito di quella sera, che queste pagine
cercano ora di mantenere, fu di portare un contributo, sia pur minimale,
all'avvicinamento delle due culture, mediante un tentativo di rivisitazione
delle problematiche religiose da un punto di vista scientifico. Le domande
da affrontare sono ovvie, e sempre le solite: Da dove veniamo? Chi
siamo? Dove andiamo? Di solito gli scienziati si accontentano di dichiarare
che queste domande o non hanno senso, o non hanno risposta. Ma il loro
stesso lavoro li contraddice, poiché da esso affiorano a volte risposte
che non sono né ovvie né note.
Le risposte scientifiche moderne ad appropriate
riformulazioni di quesiti teologici classici risultano infatti essere
più complesse e problematiche, oltre che meno immediate e rassicuranti,
di quelle mitologiche: questo è il pedaggio da pagare per l'affrancamento
dall'ingenuità e l'acquisizione della consapevolezza. Ma è un processo
di maturazione intellettuale inevitabile, che si manifesta in trasformazioni
culturali successive: il mito religioso diventa dapprima racconto letterario,
poi speculazione filosofica e infine risultato scientifico e matematico.
Non a caso, il percorso che seguiremo sarà
in qualche modo parallelo a queste trasformazioni. Accenneremo dapprima
agli aspetti socio-culturali del fenomeno religioso, che certo condizionano,
e forse determinano la varietà contingente dell'esperienza religiosa.
Passeremo in seguito alle implicazioni teologiche della ricerca scientifica,
esponendo alcune sorprendenti speculazioni sulla natura ultima del mondo
sensibile. Tratteremo poi degli aspetti trascendenti della matematica
e della logica matematica, che rendono queste discipline le vere eredi
moderne della teologia scolastica. E concluderemo infine con una discussione
delle opzioni religiose che si presentano all'uomo contemporaneo occidentale
allo scadere del millennio. Poiché dalla scelta che egli farà dipenderà
certamente la sua pace intellettuale, e forse anche la sua stessa sopravvivenza
fisica, c'è da sperare che egli sappia approfittare degli strumenti a
sua disposizione, lasciandosi guidare dal pensiero e abbandonando finalmente
sia la superstizione che l'illusione.
| Torino, |
5757 dell'era ebraica
5099 dell'era induista
2540 dell'era buddhista
1997 dell'era cristiana
1417 dell'era islamica
153 dell'era baha'i. |
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