Intervista a
MICHAEL SPENCE

Piergiorgio Odifreddi

Giugno 2004

Il premio Nobel per l'economia del 2001 è andato a George Akerlof, Michael Spence e Joseph Stiglitz per lo studio dell'asimmetria dell'informazione economica: il primo passo, cioè, verso un superamento dell'irrealistica teoria classica, nella quale si suppone in prima approssimazione che nel mercato tutti sappiano tutto, e che l'unico problema sia soltanto di trovare il miglior modo di usare questa informazione completa.

Nel 1971 Akerlof descrisse, nell'ormai classico articolo Un mercato di bidoni, un tipico esempio di asimmetria: quello tra venditori e compratori di auto usate. Poichè i possessori di auto in buono stato non hanno interesse a venderle al prezzo medio al quale tende il mercato in queste condizioni, le migliori auto non vengono messe in vendita. Così la qualità e il prezzo medio si abbassano, facendo uscire dal mercato anche le auto un po' meno buone delle precedenti, in una spirale di ``selezione avversa'' che porta alla fine ad avere in vendita soltanto dei bidoni.

Nel 1972 Spence studiò, nella sua altrettanto classica tesi di dottorato La segnalazione nel mercato, uno dei meccanismi mediante il quale il mercato cerca di salvarsi dal collasso. Cioè, quelle assicurazioni o garanzie che il venditore può dare, a suo rischio e pericolo, per convincere il compratore che si può rispondere affermativamente alla domanda: ``Comprereste un'auto usata da quest'uomo?''.

Abbiamo intervistato Spence il 28 giugno 2004 a Iseo, in occasione di uno degli incontri dell'Istituto per gli Studi Economici e sull'Occupazione ideato da Franco Modigliani e presieduto da Robert Solow.

Sorprendentemente per un economista, lei è laureato in filosofia. Come mai?

Ero finito a Princeton dal Canada perchè giocavo bene a hockey sul ghiaccio, pensi un po'. Ho cominciato studiare matematica, ma al secondo corso facevano già equazioni differenziali, e mi hanno lasciato indietro. Così sono passato a filosofia, anche se ho continuato a studiare anche matematica ed economia.

La tesi su cosa l'ha fatta?

Sul possibile conflitto tra libertà e determinismo. Non era certo un argomento nuovo, ma è stato divertente.

E che filosofi ha conosciuto, a Princeton?

Oh, un bel gruppo di gente! Bob Nozick, ad esempio, che è morto da poco. E Saul Kripke, che c'era ma si vedeva poco: si sapeva che sarebbe stato molto utile, se solo uno avesse saputo come trovarlo. E Stuart Hampshire, che attraeva molti studenti, tra cui me. E molti altri.

Studiare filosofia è stato utile, per i suoi studi economici successivi?

Credo di sì, anche se sarebbe difficile specificarne il modo. Fare un passo indietro e lavorare in un campo in cui l'unico problema era farsi domande correttamente, e cercare e dare risposte in maniera ragionevolmente logica, senza essere oppresso da problemi immediati, è stato un buon allenamento. Naturalmente, stiamo parlando di filosofia analitica, rigorosa.

Ha poi continuato a interessarsi di filosofia?

L'interesse è rimasto, ma non mi sono più aggiornato.

E cosa ha fatto dopo?

In teoria non avrei potuto prendere una delle borse di studio Rhodes nè negli Stati Uniti, nè in Canada: in un caso, perchè ero canadese, e nell'altro, perchè non avevo studiato in Canada. Ma hanno cambiato le regole apposta per me, e così ne ho vinta una per andare a fare un master al Magdalene College di Oxford.

Quello col parco dei daini!

Ma anche coi bagni al fondo del corridoio! E una camera proprio sopra l'entrata principale, con la porta che sbatteva in continuazione!

Si è di nuovo iscritto a filosofia?

Sì, filosofia politica ed economica. Ma ho capito presto che avrei avuto bisogno di più basi tecniche, e sono passato a studiare matematica con Ian McDonald.

E cosa le è interessato di più?

L'algebra astratta e la geometria algebrica.

Le ha mai potute applicare?

Non direi. In economia si usa di più il calcolo delle variazioni, per la teoria dei controlli ottimali. O i teoremi del punto fisso, di Brouwer o Kakutani, nella teoria degli equilibri. E naturalmente l'analisi, la probabilità e la statistica sono di uso quotidiano.

E nella sua ricerca, in particolare?

All'epoca la teoria delle equazioni alle derivate parziali mi faceva impazzire, ma poi è stata la cosa che mi è servita di più. Perchè quando ho definito l'equilibrio della segnalazione, ho trovato un'equazione differenziale del prim'ordine di un tipo inusuale in economia: ma avendo studiato la teoria, ho potuto risolverla senza problemi.

Quando fu, questo?

A Harvard nel 1972, per il mio dottorato in economia. C'ero andato soprattutto per studiare con Arrow, un uomo incredibile, che avrebbe potuto prendere due o tre premi Nobel, non solo uno: per la teoria degli equilibri, per la teoria delle scelte sociali, per la teoria della finanza e del rischio ...

Sa che è stato assitente di Tarski, e che ha corretto le bozze del suo libro di logica?

Veramente? Non lo sapevo. Certo non era la persona più organizzata del mondo: quando ho dato l'esame con lui, l'ha addirittura perso! Per fortuna avevo tenuto la brutta, e gliel'ho riportato: ero terrorizzato, mi sono seduto di fronte alla sua scrivania, e lui l'ha sfogliato in cinque minuti. Io mi stavo scocciando: ma come, il mio esame più importante, e lui lo guarda appena? Ma poi ha cominciato a farmi domande su ciò che avevo scritto a pagina sette, e ho capito che l'aveva veramente letto, a velocità supersonica! Incredibile.

E ha fatto la tesi con lui?

No. A dire il vero cominciavo a essere stufo di studiare: avevo ventisei anni, ed ero stato a scuola tutta la mia vita! Così sono andato da Zeckhauser a dirgli che ne avevo abbastanza, che ero stufo di parlare a me stesso e di fissare le pareti della biblioteca. Volevo andare a lavorare per la McKinsey, ma lui mi ha dato un corso da insegnare e un seminario da organizzare, ed è stato lì che ho cominciato a pensare alla struttura informativa dei mercati.

E' stato allora che ha letto il lavoro di Akerlof?

Sì, e mi ha molto colpito. Ho scritto un primo lavoro sulla selezione avversa e l'azzardo morale con Zeckhauser, e ho cominciato a pensare a ciò che poi sarebbe diventata la teoria della segnalazione. L'idea fondamentale era semplice. Ad esempio, se due persone vogliono incontrarsi a New York, ma non possono comunicare direttamente, cosa dovrebbero fare? La risposta ovvia è: andare all'Empire State Building.

O Piccadilly Circus, a Londra.

Sì, nel punto focale. Naturalmente c'è un problema, perchè i punti focali possono essere più d'uno. Ma la cosa essenziale è che si tratta di un puro gioco di coordinazione, in cui tutti vogliono ottenere lo stesso risultato: bisogna solo scegliere il punto d'equilibrio più logico. Ma nel mercato non si può sempre ridurre un problema di comunicazione a un gioco di coordinazione: ad esempio, il venditore di una merce di alta qualità vuole distinguersi dal venditore di una merce di bassa qualità, ma non viceversa. Il problema è: cosa può fare il primo, che il secondo non voglia o non possa semplicemente imitare? E la risposta ovvia è: qualunque cosa che sia tanto più cara, quanto più alta è la qualità.

Dunque, non solo parole.

Parlare non costa niente, appunto, e chiunque può può farlo.

A proposito dei mercati di bidoni di Akerlof, si può considerare anche la politica come un esempio, in cui i venditori sono i candidati e i compratori gli elettori? Questo spiegherebbe la costante diminuzione della qualità dei primi e dell'interesse dei secondi.

Ha ragione, sembra veramente un problema di pura selezione avversa. D'altronde, fare politica ha dei lati spiacevoli, che la gente responsabile e idealista non ha voglia di sobbarcarsi: così i migliori se ne vanno, o non si presentano, e la qualità media si abbassa. Però non so che cosa potrebbe funzionare come segnalazione, in quel caso.

Forse fare come Coriolano, e non voler essere eletti?

Naturalmente, il problema è farlo credere agli elettori. Bisognerebbe essere sicuri che quelli che veramente vogliono il potere, non direbbero mai di non volerlo. E poi, il rischio è che la gente risponda: beh, se non vuoi essere eletto, passo al prossimo candidato. Comunque, non è necessario fare il politico per partecipare alla vita pubblica: si può essere avvocati, economisti, amministratori, consiglieri, e via dicendo.

E per quanto riguarda la pubblicità? Non mi sembra che la si possa considerare una segnalazione, perchè il suo scopo non è quello di informare, ma di convincere.

Una buona parte della pubblicità consiste nell'attaccare a un prodotto un'immagine, che ne diventa parte: la pubblicità cambia la natura del prodotto pubblicizzato, nella mente del consumatore. Non lo si capisce, se si continua a pensare che il prodotto sia indipendente dall'immagine che se ne ha. Invece sono una cosa sola, due facce di una stessa medaglia.

Come situerebbe l'asimmetria del mercato nell'ambito di una visione generale del problema dell'asimmetria, che pervade i campi più disparati: fisica, chimica, biologia, persino l'arte?

Mentre l'asimmetria in natura ha buone ragioni evolutive di esistere, ed è dunque positiva, mi sembra che in economia sia invece in genere dannosa, benchè molto diffusa: ad esempio, può produrre il collasso del mercato, la selezione avversa e l'azzardo morale.

Ma anche una completa simmetria, come nell'esempio dell'asino di Buridano, può essere dannosa.

Sì, una piccola asimmetria a volte crea un margine di possibilità sul quale si può giocare con profitto. Ma una grande asimmetria dev'essere rimediata, per evitare i danni di cui abbiamo parlato. E infatti i mercati cercano di farlo: ad esempio, mediante la segnalazione, o la creazione di soggetti specializzati nell'intermediazione dell'informazione.

Come i critici letterari, o i divulgatori scientifici?

Esattamente. Ma non sempre i problemi vengono risolti dal mercato, e questo è uno dei motivi per cui esistono, ad esempio, elaborate leggi di trasparenza nella finanza, che cercano di evitare che essa diventi un feudo privato di poche famiglie. Sono tutti modi per far maturare un mercato immaturo.

E anche per far maturare una teoria economica ingenua, basata su assunzioni irrealistiche o semplicistiche quali l'informazione perfetta di tutti gli agenti economici.

La stessa cosa avviene in fisica: prima si studia il movimento ideale in assenza di attrito, e poi si aggiungono le complicazioni del mondo reale. Ma è molto difficile, ad esempio, modellare la rete informativa che oggi avvolge i mercati grazie ad Internet: capire, cioè, come perturbare i modelli dei singoli mercati locali, in modo da tener conto dell'effetto dell'informazione globale della rete.

A proposito di computer e reti, lei ha avuto Bill Gates come studente!

E anche Steve Ballmer, che è l'amministratore delegato di Microsoft. Dovevo insegnare un corso di dottorato in microeconomia a Harvard, e si presentarono questi due studenti di laurea a chiedere se potevano seguirlo. Entrambi studiavano matematica applicata, ed erano ottimi amici già allora. Non credo siano venuti troppo spesso a lezione, ma hanno preso 30 ugualmente. Entrambi se ne sono ricordati nelle loro memorie: per gentilezza, immagino.

Quindi i suoi insegnamenti a qualcosa servono: un bell'esempio di segnalazione, mi sembra ... Li ha rivisti in seguito?

Sì, due o tre volte. Gates trovò di meglio da fare e lasciò Harvard senza laurearsi, anche se qualche laurea ad honorem gliel'avranno poi data comunque! Ballmer invece finì e si iscrisse al dottorato in economia a Stanford, ma dopo un anno Gates lo chiamò a lavorare con sè.

Tornando a Internet, lei ha cominciato ad analizzarlo nei suoi corsi di economia.

Ho insegnato corsi di commercio elettronico agli inizi di Internet, per cercare di capire quali forze economiche e opportunità commerciali potesse offrire. Era il 1999 o il 2000, quando molti credevano che e-Bay sarebbe stata un fuoco di paglia. Ma si sbagliavano, e oggi è diventata una forza importante nella creazione di mercati a livello globale.

Come giudica la bolla dell'alta tecnologia e il suo scoppio?

Storicamente, quel genere di bolle tende a crearsi naturalmente, a causa dell'eccitazione prodotta da sviluppi tecnologici o scientifici particolarmente significativi. Nel caso specifico, c'erano aspettative che non era possibile confrontare con nessun genere di esperienza, ma che si potevano giustificare pensando che se ci fossero stati problemi, la gente se ne sarebbe subito accorta. Invece non è successo: siamo troppo conservatori nel comportamento, e ancor più nell'apprendimento.

Dunque c'è stata una sopravvalutazione dell'alta tecnologia?

Dei suoi effetti alla breve. Tutti pensavano che le applicazioni sociali, economiche e politiche sarebbero state istantanee, e invece ci vorranno venticinque o trent'anni per attualizzare le potenzialità gigantesche dell'alta tecnologia nei servizi sociali, l'educazione, l'automazione della distribuzione, la creazione di nuovi mercati, l'espansione di quelli vecchi, l'apertura del commercio internazionale ... E bisognerà attendere la creazione di un enorme sistema di infrastrutture.

Che tipo di strumenti matematici serviranno?

C'è un dibattito in corso sull'adeguatezza dell'attuale teoria economica per la descrizione di ciò che sta accadendo. Io credo che non sia adeguata, e che si debbano modificare i vecchi strumenti.

Ad esempio?

Finora abbiamo usato gli eleganti modelli di crescita economica basati sulle funzioni di produzione, per i quali Robert Solow ha vinto il premio Nobel per l'economia nel 1987. Ma non sappiamo come modificarli per tener conto del fatto che le nuove tecnologie hanno drasticamente ridotto i costi di transazione, senza incidere sulle funzioni di produzione: cioè, l'output rimane lo stesso, a parità di input, ma cambia l'efficienza dello scambio.

In che senso i costi di transazione si sono ridotti?

Nel Medioevo la gente si alzava la mattina, camminava cinque chilometri per andare al mercato in città, vendeva e comprava, e tornava a casa. Con Internet si va e si viene dai mercati in cinque secondi, e dobbiamo comprendere le conseguenze economiche di questo fatto sui prezzi, la crescita, l'efficienza ...

Sta correndo dietro a un secondo premio Nobel?

Nooo! Ma sono problemi interessanti ai quali pensare. Per questo un annetto fa, quando mi sono accorto che stavo facendo troppe cose, ho deciso di dimettermi da tutti i consigli di amministrazione di aziende pubbliche.

Tornerà in università?

Non credo, anche perchè sono abbastanza fortunato da non averne bisogno economicamente.

E' diventato ricco?

Diciamo che negli ultimi cinque o dieci anni le aziende per le quali lavoravo sono andate bene, a partire dalla Nike. Così ora ho deciso di tornare a studiare le cose che mi interessano.

E qual è il suo sogno?

Professionalmente, contribuire il più possibile alla comprensione teoretica dell'economia globale, e di come essa abbia cambiato la struttura informativa del mercato.

E non professionalmente?

Vivere.