Il mistero di Dio, l'infinito e il nulla, l'origine e il destino del cosmo, la coscienza dell'uomo: se umanesimo e scienza hanno nel passato affrontato questi problemi con metodologie e risultati contrapposti, le scoperte del Novecento permettono oggi una mediazione tra le due culture. Il Vangelo secondo la Scienza passa al microscopio della logica gli aspetti "scientifici" della teologia e quelli "teologici" della fisica e della matematica, nel tentativo di risolvere un problema preciso: quali domande religiose hanno un senso, e quali domande sensate ammettono una risposta? Attraverso la decostruzione scientifica delle grandi religioni occidentali e orientali il libro approda a una ricostruzione teologica della scienza e della matematica, indicando una sorprendente via d'uscita dall'apparente dilemma tra fede e ragione.

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Piergiorgio Odifreddi (1950) ha studiato matematica in Italia, negli Stati Uniti e in Unione Sovietica, e insegna logica presso le Università di Torino e di Cornell. Ha pubblicato Classical Recursion Theory (North Holland 1989 e 1999) e collabora con "La Stampa" e "Le Scienze". Nel 1998 l'Unione Matematica Italiana gli ha assegnato il Premio Galileo.

 

Indice del libro

Introito
La varietà dell'esperienza religiosa
Le Colonne d'Ercole dell'induzione
La creazione
Il Nulla
L'Uno
L'anima
Il Santo Graal della deduzione
Paradossi
Dimostrazioni
Giochi Matematici
Opzioni per il terzo millennio

Bibliografia

 

Introito

 

Un giorno dell'inverno 1996 mi trovavo a Calcutta, eccitante capitale culturale dell'India, patria di intellettuali quali il poeta Rabindranath Tagore o il regista Satyajit Raj, e allo stesso tempo squallido buco nero che ha attirato milioni di profughi e rifugiati, nei tragici periodi della partizione fra India e Pakistan nel 1947, e della loro guerra nel 1971.

La mattina di quel giorno mi addentrai scalzo nel recinto del tempio di Kali, passando attraverso la barriera di derelitti e mendicanti che si assiepano di fronte all'entrata esibendo le proprie infermità e porgendo le mani nella richiesta di elemosine. Nel cortile del tempio, dove si vendono offerte di ogni genere da presentare alla dea, fedeli facoltosi acquistavano agnellini neri, che dopo essere stati lavati scrupolosamente con abluzioni accompagnate da formule sacre e cinti da ghirlande di fiori rossi, venivano posti su un altare e decapitati con un solo colpo di spada. Le loro teste rotolavano sul selciato, con gli occhi sbarrati, e il sangue che sprizzava a fiotti veniva leccato avidamente dai cani che si aggiravano numerosi nel cortile. Gli agnelli venivano poi scuoiati e macellati immediatamente e le loro carni e interiora costituivano le ricche offerte da presentare alla dea. All'interno del sancta sanctorum, in un pandemonio di canti e cantilene, spinto e strattonato nel parossismo generale, potei intravederne, fra le ghirlande di fiori bianchi e gialli che la sommergono, la tremenda immagine: una faccia nera con tre occhi di fuoco, un'enorme lingua dorata e quattro braccia che stringono un fiore, impugnano una spada, e reggono una testa umana mozzata, evidente ricordo di sacrifi-ci passati ben più cruenti di quelli a cui avevo appena assistito.

Adiacente al tempio di Kali si trovava la casa dei moribondi di Madre Teresa, il Nirmal Hriday, che in bengali significa Cuore Immacolato. In essa un centinaio di uomini e donne in fin di vita, raccolti fra quelli abbandonati nelle strade, erano ormai ridotti a un numero sulla lavagnetta che ne registra in maniera agghiacciante le giornaliere "entrate" e "uscite". La casa non ha neppure un atrio, e non appena vi misi piede mi trovai direttamente nella corsia degli uomini: lo sguardo di uno di essi, conficcato nei miei occhi come una spina, ancora mi perseguita, così come la condizione di quei corpi sofferenti e seminudi distesi sul pavimento e privi anche di un letto, nonostante le offerte miliardarie ricevute dalla Santa.

Piuttosto scosso dalle esperienze della mattina, uscito dal Nirmai Hriday mi avviai verso l'acqua per avere un momento di distensione, dimenticando che in India, lungo un fiume nelle cui vicinanze si situano un estremo rifugio per moribondi e un tempio dedicato alla dea Kali, non poteva trovarsi che un crematorio. Per un occidentale, abituato a rimuovere l'idea della morte, osservare corpi bruciare è traumatizzante, quand'anche l'esperienza sia attenuata, come a Benares, dal vederli avvolti in stoffe colorate, ricoperti di fiori, e cosparsi di unguenti profumati. Ma a Kaligat la morte sussiste allo stato puro: i cadaveri sono posti nudi sulle pire da cui sporge il capo, il viso si gonfia e si ustiona lentamente mentre le membra si carbonizzano, e quando il corpo è ormai scomparso, la testa è spinta sul fuoco con un bastone, mentre parenti e amici del defunto osservano distaccati il suo incenerirsi.

Adiacente a questo ambiente che trasuda morte, con un agghiacciante contrappasso, si trova un quartiere di "vita", con prostitute che si offrono schierate in sari variopinti di fronte alle porte delle case, sputando sui potenziali clienti che le rifiutino, forse troppo bruscamente.

La sera di quella giornata il sonno tardò a lungo a venire, e in quelle ore di veglia nacque l'idea di questo libro. Alcuni mesi prima avevo già affrontato l'argomento della religione in una recensione per la "Rivista dei Libri" (luglio-agosto 1996, pp. 36-38). Ma in quella notte indiana il tono sarcastico di quel saggio mi parve inadeguato.

In particolare, mi apparve evidente che l'atteggiamento tipico dello scienziato, di superiore liquidazione delle problematiche religiose come di un residuo culturale mitologico e anacronistico, equivaleva a una assunzione di corresponsabilità nella separazione delle due culture. Da un lato, la società tecnologica e scientifica sta infatti conquistando l'intero pianeta ma è apparentemente disinteressata a tutti i valori, eccettuati quelli economici. Dall'altro lato, la società umanistica perde sempre più contatto con la realtà storica ma continua ancora incontrastata a determinare e condizionare la visione della vita dell'uomo comune, attraverso i media che essa controlla.

Il proposito di quella sera, che queste pagine cercano ora di mantenere, fu di portare un contributo, sia pur minimale, all'avvicinamento delle due culture, mediante un tentativo di rivisitazione delle problematiche religiose da un punto di vista scientifico. Le domande da affrontare sono ovvie, e sempre le solite: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Di solito gli scienziati si accontentano di dichiarare che queste domande o non hanno senso, o non hanno risposta. Ma il loro stesso lavoro li contraddice, poiché da esso affiorano a volte risposte che non sono né ovvie né note.

Le risposte scientifiche moderne ad appropriate riformulazioni di quesiti teologici classici risultano infatti essere più complesse e problematiche, oltre che meno immediate e rassicuranti, di quelle mitologiche: questo è il pedaggio da pagare per l'affrancamento dall'ingenuità e l'acquisizione della consapevolezza. Ma è un processo di maturazione intellettuale inevitabile, che si manifesta in trasformazioni culturali successive: il mito religioso diventa dapprima racconto letterario, poi speculazione filosofica e infine risultato scientifico e matematico.

Non a caso, il percorso che seguiremo sarà in qualche modo parallelo a queste trasformazioni. Accenneremo dapprima agli aspetti socio-culturali del fenomeno religioso, che certo condizionano, e forse determinano la varietà contingente dell'esperienza religiosa. Passeremo in seguito alle implicazioni teologiche della ricerca scientifica, esponendo alcune sorprendenti speculazioni sulla natura ultima del mondo sensibile. Tratteremo poi degli aspetti trascendenti della matematica e della logica matematica, che rendono queste discipline le vere eredi moderne della teologia scolastica. E concluderemo infine con una discussione delle opzioni religiose che si presentano all'uomo contemporaneo occidentale allo scadere del millennio. Poiché dalla scelta che egli farà dipenderà certamente la sua pace intellettuale, e forse anche la sua stessa sopravvivenza fisica, c'è da sperare che egli sappia approfittare degli strumenti a sua disposizione, lasciandosi guidare dal pensiero e abbandonando finalmente sia la superstizione che l'illusione.

Torino, 5757 dell'era ebraica
5099 dell'era induista
2540 dell'era buddhista
1997 dell'era cristiana
1417 dell'era islamica
153 dell'era baha'i.

 

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