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Il
problema di Keplero
Per inquadrare
il problema che dovette affrontare Keplero, riportiamo di seguito un brano
tratto dall'opera "Come io vedo il mondo" di A. Einstein
(i corsivi sono nostri).
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"Copernico
aveva attirato l'attenzione delle menti più elette sul fatto che si
poteva avere la nozione chiara del movimento apparente dei pianeti
considerando questi moti come rivoluzioni intorno al sole supposto
immobile. Se il moto di un pianeta era un moto circolare uniforme
intorno al sole come centro, sarebbe stato relativamente facile stabilire
quale doveva essere l'aspetto di quei movimenti visti dalla terra.
Ma siccome esso si manifestava con fenomeni molto più complessi, il
lavoro era assai più difficile. Bisognava determinare questi movimenti
dapprima empiricamente secondo le osservazioni di Tycho Brahe sui
pianeti. Soltanto in seguito si poteva pensare a trovare le leggi
generali alle quali questi movimenti ubbidiscono.
Per capire quanto fosse difficile il compito di determinare il movimento
reale di rotazione bisogna comprendere quel che segue. Non si vede
mai dove si trova realmente un pianeta in un determinato momento;
si vede soltanto in quale direzione esso è visto dalla Terra la quale
descrive, essa stessa, una curva di natura sconosciuta intorno al
Sole. Le difficoltà parevano dunque insormontabili.
Kepler trovò un mezzo per mettere ordine in questo caos. Prima di
tutto egli riconobbe la necessità di determinare il movimento della
Terra. Ciò sarebbe stato semplicemente impossibile se non ci fossero
stati che il Sole, la Terra e le Stelle fisse senza alcun altro pianeta.
Non si poteva in questo caso determinare null'altro che la variazione
nel corso dell'anno della linea retta Terra-Sole (movimento apparente
del Sole in rapporto alle Stelle fisse). Si poteva così conoscere
che tutte queste direzioni si trovavano in rapporto alle Stelle fisse,
almeno per quanto lo consentivano le imprecise osservazioni dell'epoca
fatte senza telescopio. Bisognava anche determinare, allo stesso modo,
come la linea Terra-Sole ruota intorno al Sole e si constatava che
la velocità angolare di questo movimento si modifica regolarmente
nel corso dell'anno. Ma questo non poteva ancora essere di molto aiuto
poiché non si conosceva la variazione annuale della distanza Terra-Sole.
Soltanto quando fossero conosciute le modifiche annuali di questa
distanza sarebbe stato possibile tracciare la giusta traiettoria della
Terra e determinare la legge.
Kepler trovò un mezzo ammirevole per uscire da questo dilemma. Anzitutto
risultava dalle osservazioni solari che la velocità del percorso apparente
del Sole sullo sfondo delle Stelle fisse era diversa nelle varie epoche
dell'anno, ma che la velocità angolare di questo moto era sempre uguale
nella stessa epoca dell'anno astronomico e di conseguenza la velocità
di rotazione della linea Terra-Sole esaminata in rapporto alla medesima
regione delle Stelle fisse, aveva sempre lo stesso valore. Si poteva
dunque ammettere che l'orbita della Terra si richiudeva su se stessa
e che la Terra la percorreva ogni anno nello stesso modo. Fatto
per nulla evidente a priori. I seguaci di Copernico erano dunque certi
che questo procedimento poteva applicarsi anche alle orbite degli
altri pianeti.
Questo costituiva già un miglioramento. Ma come determinare la vera
forma dell'orbita terrestre? Ammettiamo, in qualche punto del piano
di quest'orbita, la presenza di una potente lanterna M: sappiamo che
essa è fissa, che costituisce quindi per la determinazione dell'orbita
terrestre una specie di punto fisso di triangolazione sul quale gli
abitanti della Terra possono puntare in ogni epoca dell'anno. Ammettiamo
inoltre che questa lanterna sia a maggior distanza dalla Terra. Ecco
come, con l'aiuto di questa lanterna, si può determinare l'orbita
terrestre.
Anzitutto c'è ogni anno un momento in cui la terra T si trova esattamente
sulla linea che congiunge il Sole S alla lanterna M; se in questo
momento si punta dalla Terra sulla lanterna, la direzione così ottenuta
è anche la direzione SM (sole-lanterna).
Ammettiamo che questa direzione sia tracciata nel cielo. Prendiamo
ora un'altra posizione della Terra in un altro momento. Poiché dalla
Terra si può osservare egualmente bene il Sole e la lanterna, l'angolo
T del triangolo STM è conosciuto. D'altra parte un'osservazione diretta
del Sole dà la direzione ST e in precedenza si è determinato una volta
per tutte la direzione SM sullo sfondo delle Stelle fisse. Si conosce
anche l'angolo in S. Scegliendo a volontà una base SM, si può dunque
tracciare sulla carta il triangolo STM. Si faccia questa costruzione
parecchie volte durante l'anno e si otterrà ogni volta sulla carta
un punto per la terra T in rapporto alla base SM definita una volta
per tutte, corrispondente a una data stabilita. L'orbita terrestre
sarebbe così determinata empiricamente, a parte, ben inteso, la sua
dimensione assoluta.
Ma, voi direte, dove ha preso Kepler la lanterna M? I1 suo genio,
aiutato in questo caso dalla natura benigna, gliel'ha fatta trovare.
C'era, per esempio, il pianeta Marte, di cui si conosceva la rivoluzione
annuale, cioè il tempo che questo pianeta impiega per fare un giro
intorno al Sole. Può succedere che il Sole, la Terra e Marte a un
dato momento si trovino esattamente in linea retta, e questa posizione
di Marte si ripeta ogni volta in capo a uno, due, ecc. anni marziani,
perché Marte percorre una traiettoria chiusa. In questo determinato
momento, SM presenta sempre la stessa base, mentre la Terra si trova
sempre in un punto diverso dalla sua orbita. Le osservazioni di Marte
e del Sole, alle date in questione, forniscono di conseguenza un mezzo
per determinare l'orbita terrestre vera, avendo il pianeta Marte,
in quei momenti, la parte della lanterna fittizia di poco fa. È in
questo momento che Kepler ha trovato la vera forma dell'orbita terrestre
e le leggi che la governano: noialtri, venuti più tardi, dobbiamo
onorarlo e ammirarlo per questo.
Una volta determinata empiricamente l'orbita terrestre, si conosceva
in ogni momento, nella sua vera grandezza e direzione, la linea ST;
allora non era più difficile per Kepler, in linea di principio, calcolare,
secondo le osservazioni dei pianeti, le orbite e i movimenti di questi:
un lavoro immenso, dato lo sviluppo delle matematiche in quell'epoca.
Restava ora la seconda parte, non meno difficile del lavoro che ha
riempito la vita di Kepler. Le orbite erano conosciute empiricamente;
ma, da questi risultati empirici, bisognava trarre le leggi. Bisognava
anzitutto stabilire una ipotesi sulla natura matematica della curva
e verificarla per mezzo di enormi calcoli, i cui dati erano già conosciuti;
se il risultato non concordava, fare un'altra ipotesi e verificarla
di nuovo. Dopo ricerche di cui si intuisce l'immensità, Kepler trovò
un risultato concordante: l'orbita è un'ellisse di cui il Sole occupa
uno dei fuochi. Egli trovò anche la legge della variazione della velocità
sull'orbita, secondo la quale la linea Pianeta-Sole percorre superfici
uguali in tempi uguali. Infine Kepler trovò anche che i quadrati dei
tempi di rivoluzione sono proporzionali alle terze potenze degli assi
maggiori dell'ellisse". |
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